Mentre camminando, scorgo almeno tre capanne di pastori, apparentemente semplici cataste di legna. Dopo due ore di discesa, arriviamo all’imboccatura del canyon. La guida ci spiega anche come affrontare la gola: i segni verdi aiutano nei passaggi più difficili, ma dopo il primo tratto si incontra il giallo, dove gli appigli devono essere trovati autonomamente. Infine, il punto rosso, il limite oltre cui solo i più esperti possono proseguire. La stagione è ormai finita, ma ieri, al centro accoglienza per trekker e free climber, una guida mi ha raccontato del luogo e delle specie endemiche che vivono solo qui: una trota, un tritone, ma soprattutto, un delicato fiore. L’Aquilegia di Gorropu non è solo un fiore raro: è un simbolo di resilienza, adattamento e fragilità. Quando sarete a metà del canyon, alzate gli occhi. Vedrete uno stillicidio di acqua che crea una lunga stalattite. Lì cresce l’Aquilegia di Gorropu, un fiore che esiste solo in cinquanta metri quadrati di questo habitat. È un paleofiore, il progenitore di altre specie. Una goccia mi colpisce il viso. Alzo gli occhi e lo vedo: il mio paleofiore. Piccole foglie tremule, petali delicati che sembrano mutare colore con la luce. È un fiore semplice, eppure porta con sé una storia straordinaria: una specie relitta, sopravvissuta a epoche che hanno cancellato altre piante simili. È lì, aggrappato alla roccia, in un equilibrio perfetto tra forza e fragilità. La prossima volta vi parlerò degli olivastri di Luras, un’altra eccezionale emergenza naturale. In precedenza abbiamo parlato dell’espeletia e dell’alerce.