C'è (o meglio c'era) un luogo comune che voleva i ristoranti in montagna come baluardo della pura conservazione, quasi reazionaria.
In realtà, per certi versi, la cucina di montagna è sempre stata sul pezzo orgogliosa della tradizione e al tempo stesso esempio di sostenibilità autentica, proprio per l'abitudine secolare a doversela cavare da soli, con poche cose.
Un patrimonio quasi sempre trasmesso per discendenza familiare, caratterizzato dall'esaltazione di sapori e ricette del territorio ma sorprendentemente ricco di sfumature.
Perché la cucina montana è spesso cultura di confine: lungo le nostre Alpi si possono gustare piatti dove è sensibile l'influenza dei misteriosi Walser come dei Cimbri e dei Camuni.
C'è una forte impronta ladina in Trentino come savoiarda in Valle d'Aosta e germanica in generale tra Friuli e Alto Adige.
Bellissimo.
Come sempre, per lo sdoganamento ad alto livello, ci voleva un salto di qualità certificato dalla Guida Rossa Michelin: nel novembre 2017, il St. Hubertus a San Cassiano conquistava le Tre Stelle Michelin.
Merito in primis di Norbert Niederkofler, che ha trasferito le tre stelle nel suo nuovo Atelier Moesserman, grande sciatore e barba da guru, che si definisce cuoco, montanaro e altoatesino ma soprattutto ha fatto della cucina di montagna un manifesto sino a fondare un movimento, chiamato Cook The Mountain che ha fortemente influenzato i giovani cuochi dell’arco alpino.
La montagna forte delle sua identità diversa dal resto di Italia, legata fortemente al territorio ha una forte capacità innovativa, e in alcuni casi di guida, come è successo con il San Brite, maso di montagna che ha preso la stella puntando fortemente sui prodotti locali.
Cucine differenti, figlie di territori lontani tra loro e di cuochi con storie antiche o più recenti.
Con tante idee interessanti.
Ecco i migliori ristoranti in montagna.