Gli antichi Romani ad esempio preparavano la puls, una polentina che costituiva il rancio quotidiano dei legionari e che veniva preparata con farina di ceci, fave, lenticchie, farro.
Più di recente nelle valli piemontesi si preparavano diversi tipi di potìe, una via di mezzo tra una minestra e una polenta, perchè preparate con una quantità di farina scarsa rispetto all’acqua o al latte.
In realtà c’è chi sostiene che il mais venisse coltivato in Europa già molto tempo prima della scoperta dell’America, importato dalla Persia da alcuni viaggiatori tedeschi che lo avrebbero portato in Francia.
Nella storia della polenta gli abbinamenti più comuni erano con burro e formaggio o con salsa di pomodoro insaporita con cipolla, prezzemolo e aglio.
Non mancavano gli abbinamenti dolci, con cognà d’uva o confettura di susine, oppure, in una versione più morbida, con il latte rappresentava molto spesso l’unica pietanza del pasto serale.
D’estate le donne portavano polenta con latte agli uomini impegnati nella fienagione, d’inverno i bambini ne infilavano qualche fetta nella cartella con noci e castagne.
In dialetto piemontese il mais diventa “meliga”, parola che deriva da “melia” o “meria”, cioè sorgo, per la somiglianza delle due piante.
La polenta era pronta quando prendendone un mezzo cucchiaio col palmo della mano, si sfregava e si formava una pallina soda e non appiccicosa.
Quella che avanzava veniva abbrustolita o fritta nel burro e serviva da contorno.
Solo raramente e nei giorni di festa si poteva gustare con un brasato o uno spezzatino, un civet di selvaggina, pollo alla cacciatora, lepre in salmì o ciccioli di maiale, oppure con lo stoccafisso.