In Sicilia ognuno li chiama come vuole: caliceddi, quaricelli, britti.
In italiano, forse, “cavolicelli”.
Un’eroina che sopravvive a un clima violento per poi sprigionare la sua potenza sulle nostre tavole.
Come ogni cibo raro, i caluzzi hanno quel fascino misterioso che li contraddistingue: guardandoli assomigliano moltissimo ai fratelli già elencati, infatti non mi aspettavo nulla di più, ma una volta assaggiati capisci che sono un ortaggio a sé stante, qualcosa di nuovo e allo stesso tempo di antico.
Questa verdura ha bisogno di essere lavata con molta cura perché la terra si infila in ogni anfratto, perciò è necessario abbondare d’acqua corrente per evitare strane sorprese.
Ha un sapore differente: succoso, amarognolo, molto intenso.
I caluzzi hanno un sapore vero.
Mentre li mangi assapori la natura incontaminata, la distingui dalle verdure trattate, è un altro livello.
Un peccato, ma anche un tesoro, la loro rarità: si trovano in pochissimi luoghi mediterranei, e solo i fortunati come me possono trarne beneficio.
Non disperate e metteteli in cima alla lista dei desideri enogastronomici siciliani.
Alla vostra prossima visita in Trinacria, andate a caccia di un talento: i caluzzi non sono famosi, stanno dietro le quinte.
È un piatto molto semplice sia in fatto di ingredienti che di preparazione, ma quasi nessuno ne parla.
La maggior parte delle persone non sa neanche che esistano.
Gli indigeni più radicati, i veri locals, però, li amano.
Ne vanno ghiotti e vorranno condividere con voi il segreto di tanta bontà.