L'acquacotta è nata come una ricetta "di fortuna", cioè preparata con ingredienti diversi, a seconda delle possibilità e delle stagioni.
La sua origine è di condivisione, di (sia pur umile) convivio, che ricorda appunto i pastori al seguito del gregge o i taglialegna nel bosco, che al momento di mangiare mettono insieme le poche provviste personali e nell’acqua bollente ne fanno pietanza nutriente e appetitosa.
In Maremma abbia avuto la maggiore diffusione, perché rappresentava il pasto tipico dei famosi butteri, cioè i cowboy nostrani, i guardiani di mandrie di buoi e di cavalli.
I mandriani passavano lunghi periodi lontani da casa e le loro provviste erano solo olio, sale, cipolle, pagnotte che diventavano sempre meno morbide, carne secca o guanciale o lardo, a volte un pezzo di baccalà, ovviamente secco.
Il resto si reperiva sul posto e infatti, nonostante le versioni odierne di acquacotta siano ‘addomesticate’, in principio i vegetali presenti erano selvatici, come cicorie, mentuccia o nipitella.
Durante le lunghe giornate a controllare il bestiame, certo il tempo non mancava per farne cibo saporito.
Mettevano in acqua di ruscello le erbe trovate al momento nei campi, una testa d’aglio, un soffritto di guancia e cipolla e via, dopo tanto sobbollire, il liquido era saporito e pronto per esser versato sul pane raffermo, poi irrorato da robusto olio d’oliva toscano.
Ecco che nell’Alto Lazio, i pastori potevano usare del pecorino; i pescatori del lago di Bolsena insaporivano con qualche pesciolino di scarto; le famiglie contadine lo arricchivano con verdure “sull’uscio”, cioè patate, pomodori, rape, broccoli, carciofi, prodotti nell’orto di casa; chi aveva animali da cortile poteva permettersi l’aggiunta di un uovo o un osso di prosciutto.
Oggi per fortuna la nostra società è meno ‘affamata’, e la Maremma non è più ‘amara’.