La trippa fa parte di quelle che comunemente vengono chiamate frattaglie, le parti di scarto degli animali che da sempre creano un'analogia con l'idea di cucina rustica casereccia e da trattoria.
Basta pensare alla trippa milanese, alla trippa alla fiorentina per immaginare tovagliette a quadretti, vino rosso in bicchiere e atmosfere conviviali.
La trippa alla milanese Se una volta i milanesi erano soprannominati busecconi il motivo è perché erano dei grandi amanti della trippa, chiamata busecca.
Il piatto è di origine contadina, vede protagonista la trippa di vitello, in particolare l’abomaso conosciuto in Lombardia come ricciolotta, pochissimo pomodoro in salsa o pelati non è rossa, pancetta o lardo, burro e i fagioli di Spagna, lessati a parte, meglio se con un po’ di cotenna per insaporirli.
La trippa alla parmigiana è una ricetta che arriva dall’Emilia Romagna e che vede l’utilizzo di una manciata di ingredienti.
Il piatto è molto semplice nella preparazione e richiede due ore di cottura: prima si fa un soffritto di cipolla, poi si fa rosolare la trippa tagliata a listarelle, si aggiunge la abbondante passata di pomodoro, un po’ di sale e si fa andare nel brodo di pollo o vegetale, fino a quando le frattaglie non risulteranno tenere.
La trippa alla fiorentina è anch’essa una ricetta contadina molto semplice, che vede come ingredienti base gli stessi della trippa alla parmigiana: pomodoro, olio extravergine d’oliva e trippa, preferendo un mix tra la sezione più magra dello stomaco detto centopelle e la croce, la più grassa e spessa.
La trippa alla romana La cucina romana e laziale è affezionata all’uso delle frattaglie.
La sua versione della trippa è probabilmente quella più conosciuta, che si può definire tale solo se sono presenti due ingredienti simbolo del territorio: il pecorino romano, messo sia in cottura nel pomodoro per dare maggiore sapidità, sia al momento di servire, e la menta romana, da non confondere né con la menta né con la mentuccia: il suo nome scientifico è, infatti, mentha pulegium, con foglie allungate dall’aroma deciso, meno delicato di quello della nepitella.
La trippa alla calabrese Ricetta di recupero come le altre viste in precedenza, anche la trippa alla calabrese è un piatto povero e succulento.
Si chiama morzello o morzeddhu ed è tipico della città di Catanzaro: nella sua versione completa prevede anche l’utilizzo degli altri scarti del vitello, come trachea, cuore, polmoni, fegato e, ovviamente anche la trippa.
In questo caso la trippa viene cotta per circa 2 ore a fuoco bassissimo in un sugo preparato con passata di pomodoro, aglio, peperoncino, origano e olio extravergine d’oliva, ottenendo un sapore dolce e delicato.
Si accompagna perfettamente alla classica pitta, un pane locale schiacciato a forma di ciambella.