La storia del Cantuccio Toscano risale almeno al XVI secolo.
Il suo nome deriva da “cantellus”, ovvero “pezzo o fetta di pane”, che veniva ricotto per farlo durare più a lungo, altro non era che una galletta salata consumata già dai soldati romani durante le campagne militari.
Secondo altri, invece, il nome deriverebbe dalla parola da “canto”, angolo, piccola parte, sempre riferito al pezzo di pane.
A partire dalla seconda metà del ‘500, troviamo questi biscotti alla corte dei Medici, anche se pare non contenessero ancora le mandorle.
È del 1691 la prima ufficiale definizione di “cantuccio” a opera dell’Accademia della Crusca: “biscotto a fette, di fior di farina, con zucchero e chiara d’uovo”.
La prima ricetta vera e propria risale alla seconda metà del Settecento ed è opera di Amadio Baldanzi, presbitero e medico, e il manoscritto che la contiene è conservato all’Archivio di Stato di Prato.
Ma a determinare la storia e la fortuna dei cantucci è il pasticcere pratese Antonio Mattei.
Nato nel 1820 a Prato, divenne fornaio e pasticcere e nel 1858 fondò la ditta “Antonio Mattei biscottificio”.
Il 29 settembre dello stesso anno iniziò la produzione di biscotti e cantucci.
Fu lui a legare indissolubilmente il nome di Prato a questi biscotti e a fregiarsi del titolo di “Fabbricante di cantucci”, come recitava l’insegna del suo laboratorio aperto nel 1858.
Le prime citazioni del Vin Santo risalgono addirittura agli inizi del Cristianesimo (I secolo d.C.), a voler forse indicare un tipo di vino particolarmente adatto al rito della messa.
Secondo una leggenda senese, nel 1348, anno in cui si diffuse la peste, un frate domenicano distribuiva vino agli ammalati per portare loro un po’ di sollievo: da qui la convinzione che si trattasse di un vino miracoloso e, pertanto, santo.
Un’altra ipotesi, invece, ne tarda l’origine di un secolo, precisamente al 1439, anno del Concilio Ecumenico indetto a Firenze da Papa Eugenio IV, con l’intento di riunificare la Chiesa di Oriente con quella di Occidente dopo il grande scisma.
In quell’occasione i Medici organizzarono un banchetto in cui fu servito un vino passito: il Cardinal Bessarione, Vescovo di Nicea, esclamò “Hoc Xanthos est!” per la somiglianza che ravvisava con un vino passito “biondo” (questo significa letteralmente “xanthos”) sull’Isola di Xanto/Santo (Santorini, Grecia); questo fu subito assimilato dai partecipanti in latino con l’aggettivo “sanctus”, “santo” appunto.