Qualità “a prima vista”– Se la pasta è di qualità si può giudicare anche quando è cruda: dal colore giallo ambrato omogeneo, senza puntini chiari o scuri e dal suono secco che sprigiona quando la si spezza.
La presenza di puntini bianchi sulla superficie è indice di una non perfetta idratazione della semola, mentre se i puntini sono neri è segno della presenza di frammenti di crusca non eliminati in macinazione o di particelle di semola derivanti da cariossidi (chicchi di grano) scure.
Ad esempio, se l’essiccamento non è stato condotto nel modo corretto, sulla pasta si possono notare delle sostanze di color rosso bruno, che penalizzano la cottura.
La limpidezza dell’acqua – Vi sembrerà strano, ma quanto si “sporca” l’acqua, durante la cottura della pasta, è un indizio importante.
Meno torbida è l’acqua durante la cottura, più è segno di qualità, perché si tratta di una pasta che limita il rilascio dell’amido e questo garantisce un’ottima tenuta in cottura.
La cottura – Assaggiate la pasta e se sotto ai denti non si presentano zone molli (l’esterno) e dure (l’interno), allora la pasta è stata lavorata a regola d’arte e da ottime materie prime.
La cottura della pasta deve essere omogenea, sia all’interno che all’esterno.
La forma – Dopo la cottura, quanti pezzi restano integri e quanti si sono fessurati o sfaldati?
Quanti sono incollati tra di loro, quanti poco cotti?
È ovvio che se sono tanti i pezzi difettati, minore sarà la qualità della pasta e la sua tenuta al dente.
L’extracottura – Uno dei test di laboratorio a cui è sottoposta la pasta è stressarla con l’extracottura: più aumenta la durata della cottura, tanto più diminuiscono tutti gli indici di qualità.
Per prima cosa va identificato il Tempo Ottimale di Cottura, cioè il momento in cui la parte centrale della pasta (la cosiddetta “animella” bianca) si idrata e perde il suo colore biancastro.
È quello che troviamo scritto sulla confezione.