Il benedetto pasquale è un piatto nato per essere condiviso. Si mette al centro al tavolo la domenica di Pasqua, e ogni volta si fa con 13 ingredienti, tanti quanti i commensali dell’Ultima Cena. Ciascuno lo personalizza a modo proprio, ma ci sono delle costanti. I grandi protagonisti sono i salumi: soppressata e capocollo anzitutto, e poi ricotta, pane (o taralli), agrumi e - tra i cibi cotti - le uova sode e, non di rado, i carciofi fritti o arrostiti.
I salumi rappresentano la morte della carne, “vietata” durante la Quaresima in cui la prescrizione cristiana proibisce di mangiare cibi provenienti da animali a sangue caldo. Le uova, poi, come noto rappresentano invece la rinascita, mentre la ricotta è il simbolo dell’agnello sacrificale immolato per la festa e al contempo un formaggio semplice e povero, come lo era Gesù. Il pane, infine, resta il simbolo per eccellenza della Comunione cristiana, il corpo di Cristo, così come gli agrumi il fiorire della primavera e i carciofi uno dei suoi frutti.
Il benedetto pasquale pugliese però resta il più famoso, e questo molto probabilmente perché la Puglia - nord della regione in particolare - è una delle poche zone d’Italia in cui la preparazione di questo piatto è ancora legata a una precisa liturgia, e in particolare all’usanza antica di benedire il piatto.
A questo deve il nome: “U benedit” (alla barese) si chiama così perché prima di cominciare a mangiarlo, e quindi prima di iniziare il pasto, va benedetto dal capofamiglia con il ramoscello di ulivo (a sua volta benedetto) della Domenica delle Palme e con dell’acqua santa.
Perché porti prosperità, e pace: i valori della Pasqua.