Preceduta da un desco della Vigilia caratterizzato da una cena di magro con zuppe leggere e, in alcune famiglie, da una prima colazione decisamente corroborante con trippa alla sbira e crostini di pane, la tavola del 25 dicembre si manifestava in tutta la sua opulenza.
Il rito, allietato dalla luce dei lumin di mandarino, piccole lanterne realizzate con la buccia dei piccoli agrumi, si svolgeva nella sala bella e si apriva con le galantine con i pinoli, giardiniere e verdure sott'olio, cui seguivano i tradizionali Maccheroni di Natale in brodo di cappone.
Ai Maccheroni di Natale seguivano talora i ravioli conditi con il töccö, il classico sugo di carne alla genovese, cotto per tre ore a fuoco lento.
Il cappone utilizzato per il brodo si consumava lesso, accompagnato da mostarde o salsa verde.
Chi non poteva permettersi il cappone, ricorreva a quella che ai giorni nostri è diventata una preparazione piuttosto costosa: Sua Maestà Il Cappon Magro.
In quel periodo, al contrario, semplice composizione di galletta, pesce povero e verdure tra le più reperibili.
Dopo il cappone o il Cappon Magro, venivano serviti i berôdi, ovvero i sanguinacci, il primo prodotto ricavato dalla macellazione del maiale.
In alternativa, poteva essere servito un fastoso piatto costituito dal tacchino arrosto.
Con il tacchino, giunto in Europa dal Messico azteco, si servivano i fagottini fritti nelle neige o nevole e ripieni di carne e verdure.
L'atteso momento del dolce, accompagnato dai vini particulà, cioè passiti, prevedeva: pandolci e tronchetti latte dolce fritto.
Frutta fresca, secca e candita, anicini, cioccolato e torroncini, Tundu de Natale, un mix di dolcetti serviti su un piatto tondo.
Il Pandolce era tendenzialmente quello alto, il più antico e non di rado veniva preparato in casa utilizzando pasta madre.
Nel suo centro veniva inserito un rametto d'ulivo o d'alloro ed era portato in tavola dal più giovane membro della famiglia.
Il taglio era riservato al pater familias.
Era tradizione che le prime due fette venissero conservate: una per il primo viandante che bussasse alla porta, la seconda, ben fasciata e chiusa, custodita gelosamente per il 3 febbraio, giorno di San Biagio, protettore della gola.
Del carrello dei dolci poteva far parte anche la sontuosa e non solo natalizia Sacripantina, inventata nel 1851 dalla pasticceria Giovanni Preti di piazza Portello.
Ricca di ingredienti, è in sintesi una cupola di zabaglione con pan di spagna e marsala.
Al termine del banchetto natalizio, un'usanza forse sconosciuta a molti: un'alzatina di stracchino fungeva da sorbetto digestivo.