Nel nostro Paese, il risotto si diffuse soprattutto al nord e in due varianti: quella più povera, condita con quanto si aveva a disposizione, e una più ‘aristocratica’ condita con lo zafferano, che avrebbe preso il nome dalla città in cui nacque.
Il risotto vero e proprio infatti, insieme alle tecniche per cucinarlo, è un’invenzione piuttosto recente, che tra molte preparazioni e pareri storici, spesso discordanti, ancora accende gli animi tra cultori della materia, amanti della cucina ma anche tra gli chef più celebri.
Sebbene il riso sia un ingrediente utilizzato da millenni, coltivato già in Mesopotamia e conosciuto dagli antichi greci, dai romani e dagli egizi, esso è sempre stato considerato un ingrediente base dell’alimentazione umana, tale da non meritare particolare attenzione creativa in cucina.
La prima traccia della tecnica del risotto moderno risale al 1779, dove, nel ricettario Il Cuoco Maceratese di Antonio Nebbia, il riso viene soffritto con burro e bagnato con il brodo.
Passano pochi decenni ed ecco spuntare una versione che somiglia sempre più a quella che conosciamo: un riso soffritto in burro, cervellata, midolla e cipolla, con l’aggiunta progressiva di brodo caldo nel quale sia stato stemperato lo zafferano.
La stessa innovazione di preparazione – riso soffritto in burro, cervellata, midolla e cipolla, con l’aggiunta progressiva di brodo caldo nel quale sia stato stemperato lo zafferano-si trova codificata nell’opera anonima intitolata Il cuoco moderno ridotto a perfezione secondo il gusto italiano e francese.
Passerà qualche decennio e nel 1853, nel Nuovo cuoco milanese economico di Giovanni Felice Luraschi, la ricetta viene completata con grasso, midollo di bue, zafferano e noce moscata.