La vera cotoletta alla milanese si ricava dalla “costoletta” di vitello, ottenuta dalla lombata o dal carrè.
Rigorosamente con l'osso, e tagliata larga quanto quest'ultimo.
Niente “fogli” di carne sottilissimi, né tantomeno orecchie d'elefante, che come vedremo tra poco sembrano più un residuo, questo sì, dell'occupazione austriaca.
Le costolette vanno ripulite e, con il batticarne, vanno semplicemente pareggiate e rese di un'altezza uniforme, prendendo sempre l'osso come riferimento.
A parte, si sbattono due uova e vi si immergono le cotolette, che poi vengono passate nel pangrattato arricchito con una spolverata di grana e da un pizzico di noce moscata.
Altra “sorpresa”, quindi: niente infarinatura.
A questo punto, in padella, occorre scaldare il burro chiarificato e adagiarvi le cotolette.
Bastano un paio di minuti per lato.
Come condimento, sale e una fetta di limone.
Cottura veloce, condimenti semplici, osso, spessore importante: stupisce la gran quantità di analogie con la bistecca alla fiorentina.
E infatti la carne di chianina, assieme alla piemontese, è considerata come quella più indicata per la preparazione del famoso piatto meneghino.
Di cotolette alla milanese, chiamate con eloquenza “lombolos cum panitio” si parla in un antico menù dei monaci di Sant'Ambrogio, nel lontano 1148.
Una bella leggenda in stile patriottico pre-risorgimentale: i documenti citati dal Verri sono esposti nei locali della Biblioteca dell’archivio capitolare della basilica di Sant’Ambrogio, ribattezzato dai profani “l'archivio della cotoletta”.
In un manoscritto del 1492, Martino da Como si dilungava già sul metodo di impanatura, specificando che “con esso pane mescola tanto sale sopra lo arrosto in modo che ne vada in ogni loco”.
Dunque, ricapitolando: milanese e viennese sono piatti diversi, la milanese è molto più antica, mentre la viennese con ogni probabilità nasce per “imitazione” sia della milanese che di una perduta cotoletta francese.