I carnevali tipici dei vari paesi della Sardegna hanno in comune alcune cose, poi sviluppate diversamente in ciascuno di essi: avevano una funzione sociale per la comunità, in genere di buon auspicio per la fertilità, attraverso il sacrificio o la penitenza per benedire il prossimo raccolto.
Vi è almeno una maschera tipica, a volte anche due o tre, che ha fattezze animalesche, spesso munita di corna, prima che la Chiesa Cattolica cercò di limitarne l’utilizzo perchè troppo evocative del diavolo.
Vi è sempre un capro espiatorio, una vittima, un sacrificio.
Il sacrificato viene bruciato nel fuoco come finale d’espiazione collettiva e di buon auspicio.
È la cenere che rende fertile il terreno oppure il sangue del sacrificato che fertilizza la terra in attesa della primavera.
Nelle rappresentazioni vi sono dei pazzi, indemoniati, derivanti dai riti dionisici, in genere si muovono con un passo cadenzato.
La maschera più famosa della Sardegna è quella dei Mamuthones: sono coperti di pelli di pecora, la maschera del viso è artigianale con tratti antropomorfi.
Sembrano esseri bestiali e indemoniati, tale atteggiamento è rafforzato dal loro strano passo cadenzato e ritmato che provoca il rumore delle campanacce.
I mamuthones sono 12, come i mesi dell’anno.
Portano avanti una danza malinconica che ipnotizza e fa battere il cuore in coro con il loro ritmo.
Il rituale pare sia originato per scacciare demoni, sia dalle persone che dalle greggi.
Secondo altri studi rappresenterebbe la lotta dei sardi contro i mori.
S’Issohadores partecipano alla sfilata dei mamuthones con casacca rossa, sonagli e armati di una sorta di lazo.
Durante le sfilate prendono al lazo le persone, che diventano un sorta di capro espiatorio, di agnello sacrificale, ma non vi preoccupate perchè pare che in realtà porti fortuna.
Dancano e lottano con i mamuthones e ne escono come vincitori, coloro che li comandano.