Il rapporto tra il fascismo e la pastasciutta era stato conflittuale, infatti, ancor prima della Marcia su Roma.
Lo stesso Mussolini, romagnolo di nascita, probabilmente era poco avvezzo al consumo di pasta, come quasi tutti gli italiani – esclusi i napoletani e i siciliani – fino alla Prima Guerra Mondiale.
Ma proprio nel primo dopoguerra, mentre il Fascismo inizia la sua lenta ma inesorabile conquista del potere, gli italiani si innamorano della pasta.
La pasta, in qualche modo, ne diventa il simbolo: è a buon mercato, è facile da conservare e da preparare.
Per tutti questi motivi i molti emigrati che tornano dall’America non possono più farne a meno.
Del resto è automatico associarla al sogno americano, che accompagnerà i nostri connazionali per quasi tutto il XX secolo.
Questo spiega in buona misura l’ostilità del regime fascista nei confronti della pasta, che negli anni ’20 veniva vista come una sorta di moda americana di importazione.
Il ruralismo che stava alla base dell’ideologia fascista non poteva non considerarla come qualcosa di estraneo, da rifiutare, dal momento che le masse contadine italiane avevano da sempre basato la loro alimentazione sulle minestre in brodo e sulla polenta.
La pasta era un problema da questo punto di vista, dato che il grano duro per produrla è sempre stato coltivato in quantità insufficiente nel nostro Paese.
Quindi meno pasta mangiavano gli italiani e meno grano duro si doveva importare.
A differenza del pane e del riso, la pastasciutta è un alimento che si ingozza, non si mastica.
Questo alimento amidaceo viene in gran parte digerito in bocca dalla saliva e il lavoro di trasformazione è disimpegnato dal pancreas e dal fegato.
Ne derivano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo.
Gli sforzi propagandistici si scontrarono però con una passione incontenibile degli italiani per la pasta.
La vicenda dei fratelli Cervi ci dimostra che in qualche modo la pastasciutta era considerata da sempre un simbolo di libertà; un piccolo, silenzioso e quotidiano gesto di resistenza nei confronti del regime, il cui consenso era solo apparentemente monolitico.